Il calcio potrebbe essere giunto al capolinea. È un’affermazione forte, un’iperbole che potrebbe non trovare riscontro in tempi brevissimi, ma che in futuro rischia di trasformarsi in realtà.
I segnali di un declino ci sono tutti. Arrivano innanzitutto da alcuni dei protagonisti principali del mondo del calcio, su tutti il presidente della Juventus Andrea Agnelli, che alla fine del 2019 aveva denunciato un netto calo dell’audience calcistica. Un monito, supportato da numeri inequivocabili, perché la percentuale di spettatori compresi tra i 12 e i 34 anni era diminuita del 40%.
Un crollo, reso ancor più preoccupante se si pensa che quelle parole furono pronunciate prima della pandemia. A distanza di due anni, infatti, la situazione è addirittura peggiorata. Nell’epoca Covid il calcio sembra aver perso quello status mitologico che aveva in molti paesi europei. Le partite di pallone non sono più quel momento sacro che erano una volta. Di certo la temporanea chiusura degli stadi non ha aiutato, e ha privato reso un prodotto sempre meno attraente dell’atmosfera magica che l’ha sempre contraddistinto.
Ma, a leggere le statistiche, un’analisi di questo tipo sembra piuttosto riduttiva. A febbraio 2020, ovvero subito prima dello stop imposto dalla pandemia, una partita di Serie A era guardata, in media, da 6,5 milioni di spettatori. Tra la ventisettesima e la trentesima giornata dello stesso campionato, cioè appena dopo la ripartenza, il dato è sceso a 4 milioni.
Purtroppo, lo scenario è diventato ancora più cupo qualche tempo dopo, alla luce dei risultati raccolti dalla McKinsey/Nielsen. Lo studio effettuato dalle multinazionali statunitensi ha preso in esame un campione proveniente da Inghilterra, Spagna, Germania, Polonia, Olanda e India, con l’obiettivo di verificare il grado di interesse del pubblico nei confronti del calcio.
Ne sono emersi risultati inquietanti. Se si prende in considerazione solo la fascia d’età compresa tra i 16 e i 24 anni, il 27% di questi si è detto totalmente disinteressato al calcio. Il 13%, invece, lo odia. Di questi, soltanto la metà ha dichiarato di guardare le partite spinto da una fede calcistica. Anzi, il numero di “tifosi” dei singoli calciatori è cresciuto fino al 32%.
Comprendere le ragioni di un crollo così drastico è piuttosto complicato. Forse, ci riusciremo solo a conti fatti. Nel frattempo, però, si può immaginare quanto certe forme di intrattenimento alternative abbiano influenzato anche gli (ex) spettatori calcistici. Il gaming è in cima a questa speciale classifica. I classici videogiochi sono la risposta più immediata, e data la loro immersività trovano diverse adesioni nei più giovani. D’altra parte, le fasce d’età più adulte sono sempre più interessate ai giochi online. E, di certo, la nascita di casinò virtuali sempre più sicuri, insieme a un’offerta varia e in grado di soddisfare ampie fette di pubblico, è un incentivo da non sottovalutare.
Infine, l’impatto dei servizi di home streaming è pressoché scontato. Realtà come Netflix, Disney+ e Amazon Prime è sotto gli occhi di tutti, e influenza soprattutto i metodi di fruizione preferiti dell’utenza di oggi. Il cosiddetto binge-watching ha modificato il canovaccio di visione tutt’ora tipico del calcio, basato su eventi a cadenza giornaliera o settimanale. L’abitudine più diffusa, invece, è quella di consumare un prodotto con estrema libertà, senza alcun tipo di vincolo.
Per tutte queste ragioni, il calcio potrebbe continuare a perdere adesioni e, infine, rischiare di sparire. Di tempo ce n’è ancora, ma forse non quanto si credesse.