• 2 Gennaio 2026

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Vicenza, i primi 60 anni di Paolo Rossi: “Seguo il ‘Lane’ con affetto! E Verona e Cittadella…”

No, non è possibile. Poi guardi i numeri e invece sì: quel ragazzo sorridente, magro come un osso di prosciutto di montagna e con un tiro mortifero come il morso del cobra, compie oggi sessant’anni. Paolo Rossi, il mito del calcio italiano e non solo, Paolo Rossi o carrasco do Brasil , Paolo Rossi e i gol con la maglia del Lanerossi Vicenza di Fabbri come alfa della carriera, omega quelli con il Verona di Osvaldo Bagnoli. Paolo Rossi che segna un’epoca, lui inserito nella lista dei 125 calciatori più forti al mondo. Lui che è diventato Paolino, Pablito, Paolorossi tutto attaccato. Rossi, Rossi, Rossi, come i gol al Brasile che in un’estate torrida di 34 anni fecero scendere in piazza una nazione intera, bambini col pannolino e nonni che ricordavano l’ultimo Mondiale vinto nel 1938. Paolo Rossi compie sessant’anni ma al telefono la voce è quella fresca e leggera di sempre, di un ragazzo come lo siamo stati tutti.

Rossi, da dove partiamo? Dal 1976 e da Vicenza?

«Ma sì, da lì è partito tutto. Arrivo che ho 20 anni e trovo Gibi Fabbri, un uomo a cui devo quasi tutto come giocatore e come uomo. Dopo due allenamenti mi dice: tu giochi centravanti, ne hai le qualità. Io, che ero sempre stato un’ala destra…».

E andò bene, a giudicare dalla carriera, no?

«Andò benissimo, direi. Feci gol subito in Coppa Italia, poi andammo a vincere la serie B con 21 gol miei».

E poi, da neopromossa, il Vicenza che arriva secondo in serie A giocando un calcio spettacolare.

«Una squadra con giocatori che arrivavano quasi tutti da infortuni o retrocessioni. Ma Fabbri mise insieme un gruppo che non aveva timori. E giocavamo pure bene, una stagione indimenticabile».

E arriva il titolo di capocannoniere, con 24 reti. Chi lo avrebbe detto?

«Ah, nessuno… Restai volentieri ma l’annata non fu buona; segnai 15 gol ma il Vicenza retrocesse in serie B ugualmente».

E le famose buste nel calciomercato con la Juve?

«Nessuno pensava che Farina mettesse quella cifra, nemmeno la Juve… A ragion veduta, forse, fu anche un azzardo da parte sua».

Poi Perugia e la ferita dello scandalo scommesse…

«Un incubo: una stretta di mano con una persona presentatami da un compagno di squadra e poche parole di circostanza mi costarono due anni di stop. E anche se poi la stessa persona ritrattò, la squalifica rimase. La cosa peggiore? I sospetti, lo sguardo della gente».

È il tempo della Juve, uno scorcio di campionato e i Mondiali di Spagna, un ricordo vivo nella mente di tutti quelli che hanno vissuto quel magico 1982. Perché?

«Per come è venuta quella vittoria: il riscatto, l’orgoglio, la squadra. E poi il presidente Pertini, la partita a carte in aereo… Niente retorica ma, forse, fu un momento di unità collettiva del Paese, dopo anni difficili, gli anni di piombo. La gente si riversò in strada, fu naturale fare festa in piazza. C’era bisogno di ottimismo, contribuimmo anche noi per la nostra parte».

Altra generazione?

«Sì, decisamente. Noi eravamo giovani ma già adulti. Eravamo venuti su giocando a calcio nelle strade, tutto quello che abbiamo ottenuto ce lo siamo sudato, fino alla fine. Giovani all’anagrafe ma eri un adulto a 16 anni».

Un po’ diverso dal calcio di adesso, non trova?

«Molto diverso. Ora i calciatori sono divi a vent’anni, guadagnano milioni di euro… E tutto questo non aiuta a crescere e a maturare».

Un passo indietro: queste sono parole che potrebbero essere di Enzo Bearzot, un altro uomo del Nordest per lei fondamentale…

«Certo, per me Bearzot è stato importantissimo. Un punto di riferimento dentro e fuori il campo. Mi portò ai Mondiali in Argentina a 22 anni dopo il primo anno di serie A col Vicenza e, soprattutto, mi portò in Spagna. Alla fine spero di avergli restituito tutto quello che ho ricevuto».

Magari con quella tripletta al Brasile che resterà scolpita nella memoria di tutti, tifosi carioca compresi…

«Una partita straordinaria, da parte di tutti. E contro quel Brasile poi, una squadra fenomenale».

Veniamo all’oggi: il Vicenza lo segue ancora?

«Sì, con affetto. Sono legato alla città e ai suoi tifosi, per me è stata un’esperienza davvero bella e intensa. Ora hanno cambiato società, è una piazza dove con un progetto serio e solido si può fare calcio con soddisfazione».

Verona è stata l’ultima maglia da giocatore, che ricordi ha in riva all’Adige?

«Bellissimi, anche se ero forse al 50% per i miei problemi fisici. Ricordo il calore del tifo, i compagni e Osvaldo Bagnoli, un grande uomo».

Verona può puntare al rientro in serie A immediato?

«È una piazza che merita il grande calcio, non sarà facile risalire immediatamente ma credo che potenzialità ci siano proprio tutte».

Il Cittadella regina in serie B: sorpresa?

«Fino a un certo punto, direi. Hanno bravi dirigenti, molto competenti e una società seria alle spalle».

Per chiudere: cosa fa adesso, Paolo Rossi, oltre all’opinionista tv?

«Ho un agriturismo da dieci anni in Val d’Arno. Sto tranquillo con mia moglie e i nostri due figli. Cercavo serenità e l’ho trovata».

(Fonte: Corriere del Veneto, Daniele Rea)

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